|
|
|
|
|
|
|
 |
Sguardi "oltre"
a cura di
Monica Miretti |
|
|
|
Osservo i
lavori di Orciani. E ne sono a mia volta osservata.
Il mondo di Eugenio Orciani è infatti popolato da esseri umani:
bambini ma ancor più spesso adulti, uomini e soprattutto donne
che si accampano sulla tela con estrema naturalezza, senza
esasperate enfasi compositive e strutturali. Poco importa in
effetti l'ambiente che li circonda e li accoglie, solitamente
interni le cui coordinate spaziali non sono che accennate,
appena tratteggiate, quasi ad offrire nient'altro che un minimo
senso di realtà a cui questi esseri possano ancora aggrapparsi e
nel quale abbia senso il loro vivere.
In un'arte che si allontana dalla linea astratto-informale e che
pur tuttavia recupera, da un punto di vista tecnico, la
tradizione di una pittura ad olio di grande raffinatezza
esecutiva, il fulcro è infatti rappresentato dall'uomo in se
stesso, distillato dal mondo che lo circonda che sembra in certo
qual modo non appartenergli e nemmeno interessargli più. E
zoomando su questi corpi seminudi - e a loro volta scabri, che
l'artista non a caso lascia privi di orpelli descrittivi e
narrativi - siamo magnetizzati dal vero motore primo dell'opera:
il volto e, ancor più, lo sguardo.
Notava Hegel come di fronte agli occhi di un uomo ci troviamo in
balìa di una notte "terribile e spaventosa... nell'abisso di una
tenebra interminata". È proprio questo abisso misterioso,
insondato e magmatico, che ci attanaglia ed attrae, ciò che
costringe i nostri occhi a penetrare in quelli che ci guardano
con apparente, immota fissità, quasi persi lontano, in un al di
là che pure tutto racchiude.
Questi uomini e queste donne sollecitano insistentemente la
nostra reazione, interagiscono con noi al di là delle forme,
attraverso una corporeità che si fa puro spirito e si concentra
sul dato di realtà più misterioso e 'virtuale' che possano
offrirci: l'occhio. L'identità degli esseri creati da Orciani
non si configura quindi mediante la rappresentazione del loro
aspetto esteriore - ridotto a tal punto all'essenziale da
apparire quasi scarno -quanto attraverso la soluzione emotiva
della messa in scena di uno spazio che è in realtà puramente
mentale.
Contrapponendosi ad una contemporaneità satura di media
Orciani fa propria una scelta formale ed emotiva diversa con
l'intento di condurre lo spettatore ad una modalità percettiva
più lenta che scorre nel profondo, in un ritmo temporale più
meditativo. L'umanità che popola i suoi lavori è certamente la
stessa che ci cammina a fianco ogni giorno, riempie la nostra
vita e la nostra solitudine. Eppure è anche un'umanità colta
nella sua essenza più intima, che vive nella molteplicità
labirintica dei fantasmi che ne agitano lo spirito mosso da un
vago senso di drammaticità, da un'inquieta caducità. Sono
personaggi in 'cerca d'autore' quelli che l'artista tratteggia
con la vibrazione di una pennellata ricchissima di sfumature e
sottilmente sfrangiata, esseri che ci ripropongono l'eterno
dilemma del "chi siamo e dove andiamo?". In tal modo l'opera si
dipana tra presenza e assenza, in un 'qui ed ora' che è
contemporaneamente anche un 'altrove' spaziale e temporale,
fisico ma soprattutto psicologico.
La dialettica che ne scaturisce talvolta è interna all'opera.
Così accade nel rapportarsi della figura femminile, resa tattile
da una carne rosata e trasparente che ne ammorbidisce il corpo,
coi fantasmi che ne popolano lo spirito - la possente immagine
michelangiolesca che letteralmente emana dalla sua mente e che
con quest'ultima condivide, dal punto di vista formale, il
cromatismo giallognolo e quel senso di impalpabilità, così
diverso dalla pregnanza della materia tutta sangue e vita che
appare in primo piano -. In altri casi il dialogo è molto meno
mediato e si attiva un feeling diretto con lo spettatore facendo
scaturire tensioni evocative profonde, attimi del suo vissuto o
della sua realtà interiore che l'immagine proposta dall'artista
empaticamente solleva allo stato di coscienza.
È questa condensazione tra possibili polarità - tra corpo
visibile da un lato, cuore e mente dall'altro, tra realtà
tangibile che ci sembra di sentire tra le mani e virtualità del
pensiero - che sostanzia gli esseri creati da Orciani. Esseri
come noi fatti di gambe e braccia, di fisionomie che ci sono
familiari e appartengono al nostro immaginario, ma che a ben
riflettere sono irreali se non fosse per quei grandi occhi che
si spalancano su un mondo immaginato e immaginario - più che
narrato - reale solo allorché popolato dai fantasmi che noi e
solo noi sappiamo trasfondere in essi.
Monica Miretti
|
| |
|
|
| |
|
 |
Radici
a cura di
Francesco Gallo |
| |
|
Eugenio Orciani
fa vivere la sua pittura in una pratica dell'essenzialità, che è
vissuta come semplificazione fantasmatica, come correzione di
ogni intemperanza e debordazione, seguendo una regola matematica
quasi aurea, del rigore architettonico dell'immagine.
Si inscrive di
diritto nella linea che parte da Gnoli, per arrivare a Samari,
attraversando momenti diversi di maggiore o minore apparizione
della figura, ma sempre rispettando una linea estetica
invalicabile nel rapporto segno, disegno, colore.
Eugenio Orciani
costruisce le sue opere con genio sapienziale, associando gli
impulsi reattivi dell'attualità, con le stratificazioni pesanti
della storia, intesa come susseguirsi di stili e stilemi, che
anche quando sono negati continuano il loro percorso carsico,
sotterraneo, invisibile. Da ciò nasce un'alternarsi di presenze
e assenze, che sono raffinate apparizioni ed evocazioni, quanto
forti affermazioni di gusto.
Un modo di
comportarsi con il dilagante "mondo" del virtuale, che è sempre
più invadente e determinante, nell'essere leggerezza e
pesantezza, impalpabile realtà incorporea che si confronta col
ferro e l'acciaio del nostro senso comune. Un senso sempre più
frastornato dalla perdita d'identità, dalla crisi, dalla
disseminazione, eppure capace di trovare un confronto con
l'immagine, come ineliminabile corporeità del racconto
fabulistico, che esce dal nuovo specchio (che è lo spettacolo,
la convenzione, l'eresia) dilatato, di strutture sempre più
miniaturizzate, dell'essere vagheggiato da Kundera e Calvino.
Uno specchio
che comprende ormai tutto, nell'ambizione dell'ultra e
del plus, confortato dalle teorie ormai bubble gum della
relatività, dell'antimateria, del cyber, del non fermarsi mai.
Orciani oppone
un suo modo dell'essere immobile, del guardare con distacco,
intavolando, con le ore del tempo e con le misure dello spazio,
una laica e mistica conversazione sulla tela.
Francesco
Gallo |
|
|
|
|
|
|
|
 |
Vernissage dei
Pittori
Ignazio Caruso - Eugenio
Orciani
a cura di
Massimo Distefano |
|
|
|
Così di Eugenio
ORCIANI, consideriamo le mitiche rappresentazioni di un reale
oltre il reale stesso. Squarci del presente raggelati in
atmosfere sospese con tagli di oggetti del quotidiano
tecnologico alla GNOLI. Accorti primi piani mutuati dal
linguaggio cinematografico. Il parabrezza di un auto, il
paraurti in avanti nel tagliato di una vespa, quasi visti
attraverso una lente che tutto ingrandisce e rende diafano, al
contempo, nel puntiglioso puntualizzare per punti del procedere
pittorico. Parti del quotidiano tecnologico solo vivificato per
contrasto dallo statico apparire cromatico di una mela rossa,
ora in rapporto di misura, ancora integra, ora in rapporto
abnorme, appena sbucciata nella connotazione di un paesaggio
domestico. Un sereno quietarsi dello sguardo nell'indagine del
reale circostante dopo un gridare di ferri composti in forme
frammiste su piano di ruggine. Un lento e duro costruire
dell'habitat dell'uomo qui presente in immagini appena
apparenti. Una denuncia quasi del mondo tecnologico che
schiaccia l'uomo integrandolo al sistema, in questo rientrare
nella materia ferro. Un perdersi nelle atmosfere di nebbia
suddescritte, dove unico riferimento resta la mela, l'oggetto
più vivo atto a rappresentare la necessaria salvezza dell'uomo
nel ritorno alla NATURA espresso negli ultimissimi lavori. Per
ricominciare il percorso, a trascendere dal Divino all'umano,
dall'Eden della mela, oggetto del desiderio trasgressivo, al
costruire, o ricostruire, un possibile universo in cui le
risorse creative della cultura, vivano finalmente in armoniosa
sintonia con l'impetuosa tumultuosità della natura. |
|
|